ars@labora

L’indaco nelle fonti della letteratura tecnico-artistica

Posted in Colori dalle piante, Fonti e letteratura, Indaco da guado by Mina Sottile on agosto 25, 2011

Per comodità di studio si riporta qui di seguito la voce “Indaco” dal Glossario de Il ricettario Diotaiuti . Ricette di argomento tecnico-artistico in uno zibaldone marchigiano del Quattrocento, Caterina Zaira Laskaris, il prato casa editrice, Padova 2008.

Nel testo, Laskaris pubblica il ms. 99 della Biblioteca comunale di Fermo, “nato per accogliere nel tempo annotazioni di contenuto vario, organizzate con differenti gradi di sistematizzazione e accomunate da una volontà di memorizzazione scritta […]. Esso appartenne certamente dalla seconda metà del XV fino allo scadere del XVII secolo ai Diotaiuti di Osimo, famiglia dell’antico patriziato locale […] Anche a una rapida osservazione il codicetto si connota sin dai primissimi fogli come un quaderno per appunti, costituitosi attraverso la progressiva giustapposizione e combinazione di vari tipi di testi […] l’insieme di queste caratteristiche formali e materiali mostra come il quaderno (un vero e proprio zibaldone) abbia preso progressivamente forma sulla base dei molteplici interessi e spunti personali del suo maggiore compilatore e primo possessore [Diotaiuto di Leopardo Diotaiuti] e attraverso limitate integrazioni successive da parte di altri membri della medesima famiglia.” (C. Z. Laskaris, op. cit., pp. 8, 9).

“Indaco: colorante blu di origine vegetale […], indicato nelle fonti medievali con l’aggettivo baccadeus, ossia di Bagdad, che allude alla provenienza orientale; di qualità inferiore e meno costoso è l’indaco nostrano ricavato dal guado (Isatis tinctoria). Cfr.:

  • Ms. di Lucca, capitoli 61: Lulax (L’indaco), 97: Compositio lulacin, 98: Compositio lazurin (La preparazione dell’azzurro), 146: De lulax (Sull’azzurro), 147: Confectio eius haec est
  • De arte Illuminandi, rubrica IX: De azurio sive celesti colore naturali et artificiali 
  • Cennini, capitolo XIX: Come dei tigniere le carte di tinta indacha (è citato l’indaco maccabeo)
  • Ms. di Jean Le Begue, ricetta 294 (da Giovanni Alcherio): Color blauetur id est celestis, qui non est de lazurio, nec tam pulcher, et est bonum in tela linea, sindone, papiro, pergameno seu carta et in tabulis dealbatis, et est gersatis. Accipe Indicum finum qui cognomine bagadellus vocatur
  • Liber de coloribus, «Azorium Romanum sive indicum», «Azorium bonum est quod Saraceni faciunt. Item azorium Romanum est aliud quod indicum vocatur»
  • Ms. Bolognese, ricette 38, 40, 52, B59, 7381 dedicate alla preparazione e all’impiego dell’indaco
  • Ms. Veneziano, ricette VII/620: A fare endego, XIII/22: A fare endico
  • Ambrogio di Ser Pietro da Siena, ricetta XXIV (f. 205v.): «Tolle fiori di ghuado»
  • Ricettario di Ferrara, ff. 104r, 108r, 146r: «A far endico buono. Recipe herba che si chiama guado», «A far azuro. Habbi endico e verde ramo», «A far azuro. Recipe spuma di guado et endico et misce simul e sarà fatto», A far carte azure cupe cum fior di guado, «Ad faciendum colorem azurinum. Recipe oncia 1 cerusae et grana 4 endicj, vel guadi»
  • Ars sive doctrina, f. 119r: «Aqua ad faciendum colorem azuri secundum dominum Facobum de C. N. Recipe […] flos guadi de quo tinguntur drapi […] et de aqua que distillabitur scrivere poteris et pingere»” (op. cit., p. 140).

A corollario: nel manoscritto Diotaiuti l’indaco compare nelle ricette 42, 64 (indicum ultramarinum), 86, 92, 93 (baccadeus), 94:

42. Viride. Quot modis potest fieri color viridis pro libro pro panno pro tabulis Tolli azurro scuro de la magna grosso et macenato con tanto giallo fino a quanto è l’azurro. Anche poi mettere l’argicha in loco de iallolino et è meglio. Anche poi mettere in loco de l’azurro biadecto ultra marino [ndA. Il termine azurro corrisponde all'azzurrite o azzurro dell'Alemagna citato nella prima parte della ricetta e di colore più scuro, mentre il «biadetto ultra marino» è identificabile con l'indaco citato successivamente, di tonalità più delicata e di provenienza orientale. Cfr. Cennini, capitolo CLXXIII: « […] Se lla tela è negra la puoi lavorare d’un biavo ben chiaro, cioè biacha assai e pocho indacho»] qui omnino est melius cum argicha Item poi recoverare cum uno altero verde et sum expertus. Recipe iallolinum et macina cum parum indici pulchri [ndA. È uno dei rari casi nel ricettario, come il precedente riferimento all'azzurro d'Alemagna, in cui venga specificato il pigmento o colorante blu da utilizzare. L'aggettivo pulchrum, come nella ricetta n. 93, dove si aggiunge anche il termine baccadeus, pone l'accento sulla qualità particolarmente fine del materiale, l'indaco più pregiato, importato dall'Oriente. Cfr. ricetta n. 64, dove si cita l'indaco ultramarinum] et parum zafarranis vel loco iallolini auripimentum

64. De violato colore. Azzurrum cum rosa misceatur proportionaliter et erit bonus violatus orpimentum et indicum ultramarinum [ndA. L'indaco oltremarino, più pregiato, di provenienza orientale; cfr. ricette nn. 42, «azurro biadecto ultra marino» e 93, «indicum pulchrum vocatum baccadeus»] cum modica cerussa est bonum viride[m]  

86 [f. 36r] De mistionibus colorum. […] Item si vis facere colorem indicum accipe duas partes nigri et terziam partem rubeam et erit purpura nigra. Item de una parte indici et duabus partibus auripimenti equaliter fit color viridis [ndA. Cfr. ricetta 42 (parte finale). Cfr. Cennini, capitolo LIII: «Del modo come si fa un verde d'orpimento e d'indacho. Verde è un cholore el quale si fa d'orpimento le duo parti, e una parte indacho»]. […] Item indicus et brizillum  [f. 36v] cum modico albo faciunt carmihinum. Item indicus et virderame est acutum viride.

92 Ad tingendum pelles azzurrinas. Ad tingendum pelles de azzurro colore breviter et sum expertus. Recipe indicum quod vis et pulcherrimum et macina ipsum cum fortissimo aceto et des primam tenturam bene liquidam et per locum plicando pellem versus carnatium stira fortiter […] postea des aliam tenturam quae sit densior de dicto indico et sicca postea.

93 [f. 39r] Ad idem. Recipe indicum pulchrum vocatum baccadeus et pro qualibet pelle unciam unam et mitte in quadam ollecta sive vase ubi sit mezzetta aque ex qualibet uncia et aqua sit quasi bulliens et dimitte stare per unam noctem vel minus et post iterum paulum calefac et cum penello sete porcine tinge eas [ndr. le pelli] inter duas [partes] [indicum] de hac uncia.

 

Il guado di Leonardo

Posted in Colori dalle piante, Indaco da guado by Mina Sottile on agosto 19, 2011

Nel Codice Atlantico Leonardo riporta la ricetta «per fare indaco» e ottenere diverse gradazioni di tinta [fol. 214 recto e., Codice Atlantico, Biblioteca Ambrosiana, Milano; copia anastatica Giunti Firenze, 1973 - 80]

Per fare indaco. Togli fiori di guado e amido per ugual parte e impasta insieme con orina e aceto e fanne un migliaccio e seccalo al sole e se pendessi in bianco rimetti più fiori di guado rimpastando in modo sia iscuro a tuo modo di colore

Così Leonardo regola la preparazione della sostanza colorante, senza troppo perdersi nei dettagli: chiama genericamente indaco quello che in realtà corrisponde all’indaco da guado, notoriamente distinto dall’indaco indiano, o di Bagdad, o Bagad, detto comunemente bagadellusbaccadeusbagadeo e ricavato da Indigofera tinctoria. Così precisavano già Alcherius: «Indicum finum qui cognomine bagadellus vocatur» e Cennini, che lo chiama indaco baccadeo (cap. LXI), altrove storpiandolo in maccabeo (cap. XIX). E molto prima ancora, in età classica, il vero e autentico indaco proveniva dall’Oriente: Plinio (Nat. Hist., XXXV, 6), scrive «ex India venit», lasciando indubbio che, per i latini, indicum era l‘indaco indiano, mentre vitrum era il blu del guado (v. Vitruvio, VII: «vitro quod graeci isatis appellant»). L’approssimazione ha inizio nel Medio Evo, quando non sempre si trova precisa distinzione tra i due tipi di turchini.

La ricetta del Codice richiama un’altra ricetta contenuta ne Il libro dei colori (O. Guerrini – C. Ricci, Il libro dei colori. Segreti del XV secolo, Bologna, 1969, p. 83):

A far indicho alio modo. Ahvve fiore de guato e amido ben canido, e impasta insiemi cum orina preparata e stillata per filtro e cum aceto bianco e forte, tanto de l’uno quanto de l’altro, e fanne uno migliacio e secalo al sole; e se venisse che non fusse ben colorito, metivi più fiore e tanto vi ni mecti che habia bono e vivo collore, ed è facto.

Il testo elenca diversi procedimenti per fare indaco, sempre – ma anche qui non specificato – da guado [Ad fatiendum endicum, Ad fatiendum indicum, A fare indico, A fare indico per altra via, Ad fatiendum endicum et confitionem eius, A fare indico, A fare indicho alio modo, A fare indico per altra forma, pp. 78 - 84]. Per esempio, si prescrive: «A fare indico. Tolli gesso curato, macinato subtili e mistalo cum fiore de guato e tanto lo vieni macinando che sia como pasta intrisa brodosa, per modo che habia bono collore. Poi tolli alumi de rocho e distempralo in l’acqua calda, poi reintridi de novo lo dicto gesso e fiore cum la dicta aqua alumata per modo che sia como una farinata liquida e lassalo cuscì stare per infino che se cominzia a stregnare. Poi lo stende e lassalo sciucare. Poi de novo lo intridi cum la dicta aqua alumata e fior de guato e de novo lo stendi in una tavola de noce, o asse ben polita, e lassalo quasi secare. Poi ne fa li pezi a tuo piacere e lassalo fornir de secare e serà bono indico».

La sezione del codice vinciano dedicata alla botanica applicata raccoglie ricette eterogenee, ordinate in: ricette medicinali — preparazione di sostanze coloranti — carte e corniole artificiali — legnami diversi e i loro usi — estrazione dei profumi — odori nauseabondi e difensivi — confezione e depurazione degli olii — la pania. Di volta in volta, di ricetta in ricetta, può farsi la domanda se questa sia stata suggerita da qualche medico amico, o copiata da qualche antico ricettario, o piuttosto messa insieme da Leonardo, per via di sperimentazione.

Nel caso della produzione di indaco, la familiarità con il manoscritto bolognese è inconfutabile, ma non attestata. Viceversa, è per esempio accertata la conoscenza/ consultazione della Historia Naturalis di Plinio, che Leonardo menziona nel ms. Trivulzio e. 2 recto, ms. G. e. 48 verso.

Prima dell’introduzione massiccia dell’indaco orientale [il prodotto arrivava in Europa attraverso le navi dall'Oriente, sotto forma di cubetti pressati o anche in pasta, spediti ai porti specialmente italiani, e in modo particolare al porto di Venezia, v. F. Brunello, L'arte della tintura nella storia dell'Umanità], il guado [Isatis tinctoria L.] è pianta intensamente coltivata, lavorata e commerciata anche in Italia, per tingere, dipingere e miniare (per i nomi, la coltura e il commercio del guado vedi per esempio Targioni – Tozzetti Antonio, Cenni storici sulla introduzione di varie piante nell’Agricoltura ed Orticoltura Toscana, nuova ristampa per cura di E. Baroni, Firenze, 1896; F. Borlandi, Note per la storia della produzione e del commercio di una materia prima: il guado, nel Medio Evo, in ” Studi in onore di G. Luzzato”, Milano, 1949): in Toscana, al fiorire dell’arte della lana, si registrano raccolte annuali di circa 45.000 libbre; nel Montefeltro il guado diventa l’oro blu, risorsa economica primaria da Urbino a Piobbico, da Sant’Angelo in Vado a Borgopace, da Urbania a Mercatello sul Metauro, come attestano i documenti d’archivio che descrivono con dovizia di particolari modalità di coltivazione, unità di misura, regole per la conduzione dei maceri o la macinatura delle foglie.

Dunque, ai tempi di Leonardo, il guado è materia diffusa, largamente trattata, e preziosa. Leonardo prescrive «Togli fiori di guado». Perché “fiori” e non “fiore”, com’è invece riportato nel manoscritto di Bologna? Che cosa si intende nominare con questa parola, in questo contesto?

È ed era noto che “il fiore” della pianta non contiene nessun principio colorante [v. indacano, indigotina], concentrato invece nella parte delle foglie. Qui “fiore” si riferisce piuttosto alla materia che si forma in superficie per ossigenazione, durante il bagno di tintura (schiuma), o per fermentazione (pellicola), che il francese definisce comunemente “fleurée de pastel”.

Palette et technique d’un enlumineur parisien au début du XVe siècle

Posted in Colori dalle piante, Fonti e letteratura by Mina Sottile on maggio 4, 2011

par Inès Villela-Petit et Bernard Guineau, “Art de l’enluminure” n. 6, 2003.

[…] Un programme de recherche sur les pigments et les colorants utilisés par les enlumineurs du Moyen Âge, à travers l’analyse des manuscrits Livre d’heures du maréchal Boucicaut (Musée Jacquemart-André, Paris, ms. 2); Bréviaire de Luois de Guyenne (Bibliothèque municipale, Châteauroux, ms. 2); Livre des propriétés des choses (BnF, Paris, fr. 9141).

Le Maître de Boucicaut est avec les frères de Limbourg l’un des enlumineurs les plus importants du début du XVe siècle. Plusieurs de ses motifs, ses compositions ou ses innovations spatiales seront repris aussi bien par des enlumineurs comme le Maître de Bedfort et le Maître de Rohan que par Jean Fouquet et les peintres eyckiens […].

La palette se révèle bien fournie, une douzaine de pigments étant d’un emploi courant dans les trois manuscrits, tandis que quelques autres apparaissent plus sporadiquement. Le plus utilisés sont le bleu de lapis-lazuli, or, rouge vermillon [ndr *], vert-de-gris, ocre jaune, blanc de plomb, noir de carbone. Chacune de ces couleurs se double en pratique d’une seconde, d’une nuance plus claire uo plus sombre, plus translucide ou plus opaque, plus vive ou plus terne, c’est-à-dire en quelque sorte de son contraire. C’est ainsi qu’un bleu d’indigo assez éteint s’oppose d’une manière quasi symbolique à un blue de lapis-lazuli très saturé, l’argent en feuilleet l’encre d’argent tentent étonnement de faire contrepoids à un or omniprésent, la nuance rouge violacé d’une laque de bresil vient souvent corriger un rouge vermillon peut-être jugé trop orangé ou tro vif, une pointe de jaune d’orpiment s’oppose par petites touches claires au jaune terne des ocres, et parfois encore un blanc de craie vaporeux se superpose délicatement à un fond blanc opaque composé de blanc de plomb. Quant aux couleurs vertes, il ne s’agit pas d’une deuxième pigment mais du mélange d’un bleu et d’un jaune, mélange qui, étant terne et opaque, fait contraste avec des verts-de-gris toujours vifs et lumineux.

  • Couleur bleue

Le bleu de lapis-lazuli est la couleur des ciels et des vêtements nobles, manteaux de saints et robe de la Vierge. Désaturé de blanc de plomb, il peint l’éclaircissement du ciel à l’horizon, les cours d’eau et la mer, des vêtements moins luxueux comme la tunique d’un mendiant, ou encore les barbes et les chevelures bleutées des apôtres. Avec un peu de noir, il permet de dessiner le plissé des étoffes bleues, et fait les ciels et les vêtements plus sombres, ainsi le couvre-chef enturbanné d’un bourreau (Bréviaire, f° 270v).

On le trouve aussi mélangé à de l’indigo. Le bleu d’indigo quant à lui n’est jamais employé pur, mais toujours mêlé de blanc de plomb. Moins apprécié que le bleu vif du lapis, l’indigo, plus terne, est sourtout associé à des personnages dévalorisés comme les bourreaux, par exemple celui qui porte un panier de charbon sur l’èpaule dans le Martyre de saint Laurent des Heures Boucicaut. Avec beaucoup de blanc, il donne un gris bleuté qui sert aussi à dessiner les chevelures et les barbes, celle de Dieu le Père notamment.

  • Couleur verte

Le vert d’acétate de cuivre, dit vert grec ou vert-de-gris, est celui d’usage courant pour les vêtements, la robe de sainte Catherine par exemple, et les tissus d’ameublement. Opaque et vif, il est couleur d’herbes et de feuillages., couleur de dragons. Modulé avec du blanc et du noir, il prend un ton grisâtre, ou verdâtre, qui convient bien aux carreaux de fenêtres (Bréviaire, f° 236v). Si l’on y ajoute de l’huile [ndr *] ou un liant résineux, ce vert de cuivre peut donner également une laque translucide, dont le Maître de Boucicaut se sert souvent puor ombrer les auréoles d’or ou pour dessiner un carrelage sur une feuille d’argent.

Il est aussi un autre vert, obtenu en mêlant de l’indigo à un jaune d’orpiment ou d’ocre, que son aspect terreux et irrégulier recomande plus particulièrement pour peindre le sol. Une variante de ce vert composé remplace l’indigo par du lapis-lazuli.

  • Couleurs jaune et brun jaune

Par les surfaces qu’il occupe, l’ocre est largement le plus employé des jaunes, aussi bien pour des architectures que dand les collines du paysage, celles des scènes de la Création du Livre des propriétés des choses (f° 9). Ce jaune mat et un peu terne s’oppose au jaune d’orpiment, un pigment toxique à base d’arsenic qui est distribué sur de menus détails tels que les bougies et les cierges, ou le filet entourant le médaillon central du frontespice du Livre des propriétés (f° 9). Les deux jaunes, on l’a vu, entrent dans la composition de certains verts.

Se substituant parfois à l’orpiment et dans un usage tout aussi parcimonieux, un jaune clair de plomb et d’étain dit giallorino en Italie et massicot ou mastikot dans le Nord fait son apparition pour représenter la cire des bougies ou la palme de martyre de sainte Catherine.

Les bruns du paysage sont tantôt obtenus avec de la terre de Sienne ou une ocre de rû, variétés de jaunes plus foncés, tantôt par le mélange d’au moins deux ou trois pigments, souvent l’ocre jaunes mêlée de noir. C’est aussi la couleur du bois et de la fourrure, celle qui borde les manteaux des grands seigneurs comme celle des ours bruns. Quant au marron ou brun rouge, celui par exemple du manteau de saint Antoine, il est fait d’ordinaire d’un mélange de vermillon, de noir et de blanc.

  • Couleurs orangée et rouge

L’orangé vif du minium de plomb est d’emploi assez fréquent chez le Maître, aussi bien dans des pièces du vêtement que dans l’ameublement textile. De minium sont les séraphins du Bréviaire, des Heures Boucicaut et du Livre des propriétés des choses; de minium aussi les animaux au pelage roux, tel l’écureuil et le renard, et le feu quelquefois. La surface de cet orangé est souvent fâcheusement altérée et noircie, en particulier dans le Livre des propriétés, ce qui dénature les formes et le modelé. Le minium entre également dans la composition de certaines carnations.

Un autre rouge-orangé est celui de réalgar, pigment voisin de l’orpiment par son origine et sa composition chimique. Il est plus rare que celui-ci, mais connaît le même type d’emploi: une pierre précieuse au collier du maréchal  et un soleil recouvert de peinture d’or.

Mais le rouge par excellence, le rouge le plus saturé, le plus lumineux et le plus en faveur est sans conteste le vermillon de mercure. Celui du Maître de Boucicaut est de très bonne qualité au point que sa teinte tire parfois sur l’orangé. Il est abondant dans les fonds et les ciels rougeoyants, dans le vêtement, ainsi le revers de l’habit de saint Georges ou celui du manteau de Dieu dans le Livre des propriétés, et notamment le vêtement ecclésiastique – on ne compte plus les clercs, les diacres ou les évêques habillés de vermillon -, mais aussi dans une foule de motifs variés. Le Maître avait coutume de recouvrir certaines surfaces de vermillon d’une couche de brésil, comme nous verrons plus loin. En mélange avec du noir, il donne encore une rouge terne et avec beaucoup de blanc, un ton rosé pour les carnations.

  • Couleur rose

Souvent d’un rose très pâle et à peine teintées, les carnations du Maître de Boucicaut sont obtenues de diverses façons. Le plus souvent, il s’agira d’un mélange d’hématite et de blanc de plomb comme pour le visage du maréchal (f° 38) ou le corps d’Adam (Livre des propriétés, f° 9). Mais on rencontre dans les mêmes enluminures des mélanges de blanc de plomb et de vermillon, ou de blanc de plomb et de minium, ainsi sainte Catherine, voir de blanc et de minium avec une pointe d’indigo, pour le corps de saint Laurent dans le Bréviaire (f° 270 v).

En dehors de ces tons chairs cependant, les roses sont toujours des laques de brésil, un colorant tiré d’un bois venu de l’Inde dont l’exploitation s’est poursuivie jusqu’à l’époque moderne. Ses nuance sont nombreuses, du rose pâle au rouge, violacé ou carminé. Il sert beaucoup comme glacis rouge sur une feuille de métal, rehaussant l’or des auréoles ou l’argent de la cotte de saint Georges. Et en un emploi plus précieux encore, il teinte les flammes orangées ou rouges d’une lueur sombre. Mêlé à du blanc de plomb, le brésil prend corps et devient rose et opaque. Il est alors volontiers employé en larges surfaces pour peindre les tissus, la robe de la Vierge, les habits des grands seigneurs ou les tentures d’un lit. De ce même brésil rose sont souvent peintes les architectures de briques.

  • Couleur violette

Le brésil est encore la base des tons violets. En laque rose, il peut donner des nouances violacées suivant la proportion du blanc de plomb qu’on y ajoute. Mais c’est le violet bleuté obtenu à partir de lapis-lazuli et de brésil superposés ou en mélange que le Maître emploie le plus volontiers, en particulier pour des vêtements, la robe de saint Antoine ou le manteau d’un apôtre (f° 112 v), dans lequel on distingue bien les grains bleu du lapis sous la loupe binoculaire. En mélange avec l’indigo, le brésil fournit aussi le violet sombre des habits de deuil ou de la tunique d’un bourreau (Bréviaire, f° 364).

  • Couleurs grise et noire

Le gris le plus courant est fait de blanc de plomb et de noir de carbone, résidu de calcination de composés organiques. C’est celui utilisé pour les chevaux, le paysage ou les architectures. Certains gris sont quasi blancs et à peine teintés, ainsi le voile de la Vierge ou la mitre de saint Nicolas, d’autres presque noirs.

Le noir profond et velouté des toques et autres couvre-chefs résulte de l’ajoute d’un peu de blue d’indigo au noir de carbone selon un procédé très ancien employé en peinture comme en teinture, ainsi que dans la fabrication de certaines encres noires.

  • Couleur blanche

À côté du blanc de plomb, opaque et couvrant, qui sert notamment pour la représentation des vêtements et pièces de tissus, voiles, mitres, turbans, daid, pour la robe des chevaux, les pages du livre de prières du maréchal et les carnations, on trouve aussi le blanc de craie dans le même usage. N’étant pas couvrant, ce dernier laisse parfois transparaître le dessin sous-jacent, par exemple dans les coussins de la même page. Cependant, l’un comme l’autre ont eu tendance à craqueler et s’écailler, une altération rendant évanescent un motif tel les liens qui attachent saint Laurent au gril de son martyre.

  • Couleurs métalliques

Pour compléter l’inventaire de la palette, il faut évoquer le métal, en feuille ou réduit en poudre et transformé en peinture ou en encre, dont le Maître de Boucicaut fait un usage particulièrment raffiné. L’encre d’or ou chrysographie est toujours abondante, dans les solieils rayonnants que le Maître aime à représenter, formant des rehauts de lumière ou recouvrant un jaune.

Mêlée de blanc de plomb, la peinture d’or prend une nuance plus terne, celle des ailes d’un ange scutifère.

La feuille d’or elle aussi est tantôt mate, tantôt brunie, c’est-à-dire polie, par exemple dans les fonds mosaïqués. Elle est volontiers teintée de laque vert ou de laque rouge sur les auréoles, et quelquefois piquetée au poinçon dans le Livre des propriétés, bien que ce dernier procédé soit beaucoup plus courant chez d’autres enlumineurs comme le Maître de Bedford et le Maître de la Mazarine.

L’argent, autre couleur-métal employée par le Maître de Boucicaut, n’est plus toujours repérable comme tel car il a souvent noirci. Ainsi un détail subtil comme le modelé en hachures d’argent de la robe verte de sainte Catherine a-t-il perdu toute luminosité. Il est sourtout employédans les Heures Boucicaut comme couleur des cours d’eau et des rivières, des nuages sur fond de ciel bleu, des pavements et carrelages et des pièces métalliques telles que gril, épées, écus du maréchal. C’est d’argent aussi que s’éclairaient les fenêtres, maintenant ternies en un gris-brun métallisé, qui agrémentent les vues d’intérieurs des Heures Boucicaut, tandis qu’elles sont plutôt peintes en vert pâle, imitant probablement la tonalité des carreaux de verres de l’époque, dans le Bréviaire. Quelques surfaces argentées malgré tout, peut-être protégées par un vernis, ont conservé leur apparence de brillant métallique, telle l’armure de saint George.

Per approfondimenti 

  •  A. Châtelet, L’Âge d’or du manuscrit à peintures en France au temps de Charles VI et les Heures du maréchal Boucicaut, Dijon,2000
  • Ch. de Mérindol, Les Heures du Maréchal Boucicaut: mise au point et nouvelles lectures, dans Flanders in a European Perspective: Manuscript Illumination around 1400 in Flanders and abroad, Louvain, 1995
  • M. Meis, French Painting in the time of Jean de Berry. The Boucicaut Master, London, 1968
  • Fr. Avril, M.T. Gousset, J. Monfrin, J. Richard et M.H. Tesnière, Marco Polo: Le livre des merveilles, ms. fr. 2810 de la BNF, Lucerne, 1996
  • G. Bartz, Der Boucicaut Meister: ein unbekanntes Stundenbuch, in Antiquariat H. Tenschert Katalog, 1999
  • D. Lalande, Jean II Le Meingre, dit Boucicaut (1366-1421): étude d’une biographie héroïque, Genève, 1988
  • D. Lalande, Le Livre des fais du bon messire Jehan Le Maingre, dit Bouciquaut, maréchal de France et gouverneur de Jennes, Paris-Genève, 1985

Regione Toscana: San Sepolcro

Posted in Colori dalle piante, Indaco da guado by Mina Sottile on aprile 7, 2011

La storia intrama vite di uomini a fatti, circostanze e luoghi. A Borgo San Sepolcro si lega la storia di Benedetto de’ Franceschi, ricco uomo di commercio di tessuti e padre di Piero della Francesca. Un asse produttivo incentrato sulla cultura del guado, collega Borgo San Sepolcro a Làmoli, muovendo uomini e denari, tra la Toscana e le Marche, più intensamente nei secoli XIV e XV. Le notizie che oggi cercano di vivacizzare il turismo, vogliono frequenti i passaggi di Piero della Francesca per Làmoli, diretto alla corte di Urbino.

Un salto di secoli: il presente ancora intrama fatti di politica, cultura, potere, economia. Borgo San Sepolcro, ora Sansepolcro, è stata sede del convegno che ha reso pubblici i risultati del progetto pilota teso a rilanciare una coltura storica dimenticata della Valtiberina: il guado – “la pianta blu”, per le virtù del marketing. Nel comunicato stampa si legge che il convegno di Palazzo Inghirami, 24 – 25 gennaio 2004, è «solo il primo di una serie di convegni sulla “Chimica Verde”, promossi da Legambiente e tesi a promuovere l’introduzione di coloranti e fibre naturali in sostituzione di prodotti sintetici ed altamente inquinanti utilizzabili in varie filiere della chimica industriale».

Il Progetto Guado – quattro anni di sperimentazione che hanno coinvolto: Comunità Montana Valtiberina Toscana, Legambiente, Regione Toscana, Provincia di Arezzo, Arsia, Università di Bologna e Pisa – è sostenuto da Legambiente e “riguarda la sperimentazione delle tecniche di coltivazione, estrazione ed uso di fibre naturali e del colore indaco da guado. I risultati delle serie sperimentazioni portate avanti durante questi anni, hanno messo in luce la qualità di questi prodotti naturali e le loro possibili e disparate applicazioni: dall’industria tessile vestiaria, fino all’arredo, dai materiali isolanti per la bioedilizia e per la bioarchitettura, fino ai semi per cosmesi ed altri rimedi naturali”, secondo quanto dichiarato da Giuseppe Croce, responsabile ruralità di Legambiente Toscana. Croce continua: “Legambiente Toscana ha sostenuto, e sosterrà in futuro, progetti di questo tipo perché prospettano valide alternative alla tradizionale industria chimica sintetica ed altamente inquinante. Queste colture apportano valore aggiunto all’ambiente perché si legano alle tradizioni agricole del territorio (come il guado nel caso delle Valtiberina), sono atossici, non allergenici, biodegradabili, insomma, hanno un basso impatto ambientale, all’opposto dei sintetici ed altamente inquinanti prodotti utilizzati nell’industria chimica tradizionale. Inoltre, questo tipo di colture, potranno costituire una vera ancora di salvezza per il rilancio economico della Valtiberina, che da tempo risente dalla crisi della tabacchicoltura. Legambiente Toscana è impegnata su più fronti per promuovere lo sviluppo di una ‘chimica verde’ di qualità: l’appuntamento di San Sepolcro costituisce, infatti, solo il primo di una serie d’iniziative (convegni ed esposizioni). Il progetto legambientino si chiama, appunto, Chimica Verde e culminerà in una grande fiera, Terra Futura, organizzata dal 1 al 4 aprile presso la Fortezza Da Basso a Firenze”.

Settembre 2011: le aziende locali presenti in rete, rintracciabili con google, che utilizzano colore naturale per la tintura di tessuti e filati, si contano sulle dita di una mano (Busatti, Cose di Lana).

Il guado nel tempo

Posted in Colori dalle piante, Indaco da guado by Mina Sottile on marzo 30, 2011

Guado, Guatum, Guato, Glasto, Glastum, Gualdo, Vitrum, Uvatum, Isatis. Guado è il nome volgare dato alla pianta erbacea perenne delle crocifere denominata scientificamente Isatis tinctoria.

La pianta, originaria dell’Europa e diffusa su tutto il territorio, costituisce sin dalla preistoria la più importante fonte di materia colorante azzurra. Reperti di tessuto in canapa e lino risalenti al Neolitico documentano l’uso di guado, dal Mar Nero all’Europa occidentale e all’Africa del Nord. A partire dal Medio Evo, fino al XVII secolo, conosce una coltivazione intensiva in diverse località europee, tale da caratterizzarne la storia e lo sviluppo economico, con forti ricadute socio – culturali: nel XIII secolo l’economia agricola in Europa ruota intorno alla coltura di Isatis t.; nel XIV secolo la coltura europea si estende soprattutto in Normandia, che diventa primo fornitore di blu di Persia per i tintori di Rouen. Nel periodo, le regioni maggiormente rinomate per la produzione di guado sono Francia, Germania e Italia. In Toscana, tra XIV e XV secolo, la lavorazione del guado ha un ciclo produttivo completo e autonomo:

  1. coltivazione agricola
  2. raccolta delle foglie nei campi
  3. macerazione e raffinazione
  4. confezione in pani della materia colorante
  5. collocazione del prodotto finito in magazzini appositamente apprestati

Appositi Statuti del periodo codificavano con severità tecniche di produzione e criteri di commercializzazione.

Obiettivo di questo articolo [vedi anche Il colore indaco] è ricostruire la storia della pianta nei secoli, attraverso i testi che se ne sono occupati.

Parte I. Antichità – Tardo antico – IX secolo

  • Antichità assira, Tavolette di Ninive, VII secolo a.C.
  • Teofrasto. Teofrasto, Ereso 371 a.C. – Atene, 287 a.C.
  • VitruvioDe Architectura [Marco Vitruvio Pollione • seconda metà I secolo a.C.
  • Dioscoride, De re medica [Dioscoride Pedanio • Anazarbe in Cilicia, 40 – 90]
  • Grecia tardoantica, Papiro di Leida, inizi IV secolo
  • Grecia tardoanticaPapiro di Stoccolma, inizi IV secolo
  • PlinioNaturalis Historia [Plinio il Vecchio •  Como, 23 – 79]
  • Eraclio,De coloribus et de artibus Romanorum [Flavius Heraclius • Cappadocia, 575 – Costantinopoli, 641]

Parte II. Medio Evo

  • Codice 490 della Bibliotaca capitolare di Lucca, o Compositiones Lucenses, o Compositiones ad tingenda musiva, copiato a Lucca tra 787 – 816
  • Mappae Clavicula, delle due versioni principali una data fine X secolo (ms. di Sélestat 17 anc. 360),  l’altra XII (ms. Phillipps 3715, Corning Museum of Glass, NY),
  • Anonimo Bernese, De Clarea, [possibile origine francese dell'autore], databile presumibilmente seconda metà XI secolo,
  • TeofiloDe diversis artibus, o Diversarum artium Schedula[Theophilus • ], databile alla prima metà XII secolo, localizzabile a nord – ovest della Germania (regione mosano-renana?)
  • Ars sive doctrina Hermetis sapientissimi phylosophi et catholici christianide transmutatione omnium metallorum [ms. 1939 Biblioteca Statale di Lucca], primi decenni XIV secolo
  • Libellus multorum naturalium et rerum probatarum [ms. 25 Newberry Library Chicago], databile metà XIV secolo
  • Compendium artis picturae [ms. Bruxellensis10147-58], databile tra XII – XIII secolo
  • Liber Magistri Petri de Sancto Audemaro de coloribus faciendis [ad opera probabilmente di un chierico francese], databile tra XII – XIII secolo
  • De coloribus, naturalia exscripta et collecta [ms. Amplon. Quarto 189], fine XIII – inizio XIV secolo
  • Liber de coloribus illuminatorum sive pictorum [ms. Sloane 1754, British Museum, Londra], del ’300
  • Liber diversarum arcium [ms. lat. H 277, ff. 81-100, Ecole de Médecine, Montpellier], compilazione assegnata al XIV – XV secolo
  • Tractatus de coloribus [ms. lat. 444-58, Bayerische Staatsbibliothek, Monaco], datato ultimamente XV secolo
  • Tractatus qualiter quilibet artificialis color fieri possit [ms. lat. 6749-Bibliothèque Nationale, Parigi], scritto dal copista Guillaume Le Bigot nel 1481
  • Libro dei colori. Segreti del secolo XV [ms. 2861, Biblioteca Univ., Bologna], compilazione anonima della prima metà del ’400
  • [ms. lat. 6741, BBibliothèque Nationale, Parigi], compilato da Jean Le Begue nel 1431
  • Manoscritto Veneziano [Sloane 416, British Library, Londra], datato XV secolo (1424 – 1456; post 1479 datano i due ultimi fascicoli, in fiammingo)
  • Recepte daffare più colori [ms. I. 11.19, Biblioteca Comunale, Siena], di Ambrogio di Ser Pietro da Siena, del 1462
  • De Arte Illuminandi, di anonimo, seconda metà XIV secolo [possediamo solo una trascrizione dell'originale, eseguita verso la fine del XIV secolo, in un codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. XII.E.27]
  • Cennino Cennini, Libro dell’arte, primi anni del ’400

(in corso)

Le vie dell’indaco [da Indigofera tinctoria L.]

Posted in Colori dalle piante, Indaco da guado by Mina Sottile on marzo 27, 2011

La storia dell’importazione di indaco dall’Oriente in Europa inizia a fine XV secolo, quando le navi di Vasco da Gama, salpate da Lisbona, dopo avere circumnavigato le coste del cono d’Africa, approdano a Calicut, costa sud-occidentale del continente indiano. È il 20 maggio 1498. È la prima volta che l’Asia viene raggiunta via mare, e via mare si apre la via delle lndie.

Si legge però che fu Marco Polo a portare con sé dall’Oriente la ricetta per tingere tessili con la polvere di Indigofera.

(in corso)

Regione Abruzzo: la coltivazione di guado

Posted in Colori dalle piante, Indaco da guado by Mina Sottile on marzo 27, 2011

Ammacca fauciglia, ammacche sarrecchie, coglioni de prete, erba guada, erba tintora, tintilesse. Questi i nomi che in Abruzzo identificano l’Isatis tinctoria [A. Manzi, Per erbe e per tinture nel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga, quaderno n. 4, Associazione Tintura Naturale Salice, 2008, p. 122].

Nella regione, la coltivazione del guado era probabilmente praticata già nel periodo romano e nell’alto Medio Evo. Le prime testimonianze scritte sono però più recenti:

  • prima metà del XV secolo: lo Statuto della città di Teramo vieta categoricamente di macerare guado all’interno delle mura cittadine, per ovvi motivi di igiene connessi al forte fetore che l’operazione comporta [F. Barberini, Statuti del comune di Teramo del 1440, Editrice Fratelli Colleluori, Teramo, 1978]
  • nel corso del Cinquecento, a Montorio al Vomano si vieta di macinare [cf. macerare, vedi sopra] guado a una distanza minore di due tiri di balestra dall’abitato [A. Marino, E. Marinaro, Gli statuti cinquecenteschi dell'Università di Montorio, Istituto abruzzese di ricerche storiche, Teramo, 1998]
  • nel XVI secolo, il guado viene utilizzato diffusamente nelle tintorie, specialmente a L’Aquila, dove le maestranze addette alla colorazione dei tessili avevano maturato, nei secoli, notevole esperienza nel settore   [A. Clementi, L'arte della lana in una città del Regno di Napoli, (secoli XIV - XVI), Japadre Editore, L'Aquila, 1979]
  • nella prima metà del Cinquecento, una balla di guado nelle fiere di Lanciano viene venduta per due ducati [A. Marino, Le gabelle teramane del Cinquecento, Fratelli Colleluori, Atri, 1979]
  • nella seconda metà del Settecento, certo Vincenzo Giuliani, medico di Roccaraso, riporta in un manoscritto note relative all’introduzione della coltura di guado nel Piano delle Cinquemiglia e in particolare a Roccaraso [E. De Panfilis, Vincenzo Giuliani: ragguaglio istorico della Terra di Roccaraso e del Piano delle Cinquemiglia, Bottega d'Erasmo, Padova, 1991]:

Da circa quarant’anni a dietro essendovi intromesse alcune famiglie della Terra di San Donato (ndr. probabilmente San Donato in Val Comino, Lazio), v’intromisero queste la cultura dell’erba guada, la quale serve per tingere i panni blu in lana, che quanto più si fan vecchi ajutato coll’indaco più colore acquistano. Di questa pianta io feci memoria all’Abate Genovesi, fu uno dei miei maestri che prevenuto da morte tralasciò di pubblicar colla luce delle stampe – ndr. segue la descrizione della pianta – […] Si semina in terra non molto grassa nel mese di aprile, e la prima colta si fa nel mese di luglio, la seconda nel mese di agosto e la terza a ottobre. Se ne farebbero delle altre ora perché nel mese di novembre sopraviene il freddo, la pianta si inaridisce, non ha il tempo di spuntare il fiore né produrre il frutto, e perciò si deve comprare il suo seme verso le parti di Chieti, che essendo luoghi più caldi ivi viene a perfezione […] Raccolta l’erba si spande ad appasolirsi un poco al sole, indi dentro alcuni vaschioni si pone ad infracidirsi, e nel mentre si pista in essi, ne spira un lezzo acuto quasi insoffribile. Nel pistarsi si fa negra, ed unitasi in tanti pani neri si pone ad asciugare per farne indi l’uso che si deve. Volendosi far la tinta si stempra uno, o più pani di essa in un puro liscivo a lento fuoco. Disciolta s’immerge la lana, che quando più si vuole di color carica tanto più vi si fa stare dentro le caldaje su lento fuoco. Per vedere se la tinta è ben disciolta pria di immettervi la lana con un fiocco di essa se ne fa la prova. Se questo fiocco si caccia di color verdastro si fa stare per altri giorni, ma se si deduce di color celeste allora la tinta è a compimento, e ponendovisi una parte d’indaco se si vuole il celeste colore e due parti se si desidera il perfetto blu, quanto più vi si vuole carico tanto più si fa stare in esso, ma si osserva che il liscivo resta chiaro, allora la lanasi ha preso tutta la tinta, e perciò bisogna da caldai levarla per non esservi più frutto.

  • di contro, alcuni documenti notarili attestano l’acquisto di “indico di Spagna” da parte di tintori da Palena, nell’anno 1793 [N. Fiorentino, In terra Casularum. Regesti. Vol. X, Legatoria Domenico Borrelli, Casoli, 2000], a testimoniare la preminenza dell’indaco sul guado, in Italia come in Europa, nonostante i tentativi dei governi locali di scoraggiarel’uso del nuovo colorante esotico; le due piante [Isatis tinctoria e Indigofera tinctoria L.] contengono lo stesso principio colorante [alizarina], ma in misura diversa; tanto che è in uso, anche, aggiungere indaco a guado per ottenere migliori risultati in tintura
  • nei primi anni del XIX secolo, nella provincia di Chieti, la coltura della pianta è generalizzata [D. Demarco, La statistica del Regno di Napoli nel 1811, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1988] e praticata in maniera intensiva nel territorio di Villa Santa Maria [G. Del Re, Descrizione topografica, fisica, economica, politica, de' reali dominj al di qua del faro nel Regno delle Due Sicilie, Tipografia Dentro la Pietà de' Turchini, Napoli, 1835]
  • nel Teramano, il guado costituisce un’antica tradizione agronomica di Campli [N. Palma, Storia ecclesiastica e civile della regione più settentrionale del Regno di Napoli, detta dagli antichi Praetotium ne' bassi tempi Aprutium oggi città di Teramo e Diocesi Aprutina, 1832-1836, Ristampa nastica, Sant'atto di Teramo, 1978-81]; la produzione segna un inaspettato incremento, seppur breve, a seguito delle guerre napoleoniche contro gli inglesi, quando il blocco navale impedisce l’importazione di coloranti dall’Oriente [vedi Indigofera t.]
  • nel 1836 il Mozzetti auspica un ripristino della coltivazione locale della pianta autoctona [vedi Isatis t.], pianta che nei secoli XIV – XV, prima di conoscere la crisi profonda a seguito delle importazioni dall’Oriente, era stata pilastro per l’economia del territorio e per le tasche degli agricoltori aquilani, sfruttata anche per le sue qualità foraggere [il declino del guado in Europa corrisponde all'apertura delle rotte dal vecchio continente all'Oriente e alle Indie, avviata dalle imprese di Vasco da Gama. La prima missione, Lisbona - Calicut - Lisbona, data 1497 - 1499]
  • negli anni ’40 dell’Ottocento, La Società Economica di Chieti sperimenta la coltivazione di una seconda specie esotica, il Polygonum tintorum L., intendendo diffonderne la coltura unitamente alla complessa lavorazione per l’estrazione del principio colorante, alternativa all’oramai decaduto guado
  • nello stesso periodo, nei pressi di L’Aquila, viene tentata con successo la coltivazione dell’Indigofera t. che però non avrà seguito [A. Signorini, La diocesi di Aquila descritta ed illustrata, Stabilimento Tipografico Grossi, L'Aquila, 1968], soppiantata dai primi coloranti sintetici

De coloribus infectivis, et quomodo fiunt

Posted in Colori dalle piante, Indaco da guado by Mina Sottile on marzo 23, 2011

Eraclio, Dei colori che servono per tingere, e come ottenerli da diverse materie in diversi modi [De coloribus infectivis, et quomodo fiunt ex diversis diversimode, l. III, 55, in De coloribus et de artibus Romanorum].

Il capitolo in esame [55] parafrasa buona parte di VII, 14 del De architectura, l’ultimo dei capitoli dedicati da Vitruvio alla trattazione sui colori.

Con creta impregnata di una radice rossa si ottengono anche i colori purpurei. Similmente altri colori si ricavano da fiori. E così, quando i pittori vogliono imitare il sile attico, debbono mettere in un vaso sul fuoco, perché arrivino a bollire, delle viole secche con acqua, poi, bollite, le spremono in un pannolino e le pestano assieme a creta in un mortaio: ottengono allora il colore silaceus. Allo stesso modo, mescolando mirtillo con latte, producono un bel porpora, mentre l’erba detta lutea emette un succo ceruleo del quale ci si serve per un verde intenso. Sono queste le così dette sostanze tintorie, alle quali si ricorre per mancanza di colori semplici. Analogamente ottengono il colore dell’indaco dalla mescolanza della creta selinusia o della creta anularia con il guado.

Note: la creta era utilizzata per fissare la materia colorante. Augusti, I colori pompeiani, 1967, p. 98, afferma di avere potuto preparare il colore giallo artificiale, imitante il sile attico, seguendo la descrizione di Vitruvio:

Ho stentato ad ottenere il giallo, poiché dal succo delle violette veniva ricavata, ovviamente, una ‘lacca viola’. […] Ho poi constatato che il succo viola, ricavato dalle violette, per ebollizione prolungata, vira prima al verde e poi al giallo […] ed ho potuto quindi ricavarne ‘lacca gialla’.

Il giallo ottenuto dalle violette risulta essere stato adoperato nell’antichità. Come ha dimostrato l’Augusti si identificano con esso dei gialli rinvenuti fra i colori pompeiani [da verificare, cf. C. Garzya Romano, I colori e le arti dei romani, p. 130].

Dall’erba guada o goda o guaderella o reseda dei tintori [Reseda Luteola L.], pianta annua spontanea in tutta Europa, si ricava un giallo che viene largamente usato in pittura e in tintoria. Vitruvio scrive [loc. cit.]:

Item qui non possunt chrysocolla propter caritatem uti, herba, quae luteum appellatur, caeruleum inficiunt, et utuntur viridissimum colorem; haec autem infectiva appellatur.

Plinio, NH, XXXIII, 27, 91:

Luteam putant a luto herba dictam , quam ipsam caeruleo subtritam pro chrysocolla inducunt, vilissimo genere atque fallacissimo.

Dunque con herba lutea si colorava l’azzurro ceruleo per fare un’imitazione della chrysocolla, cioè verde malachite.

Il guado [Isatis tinctoria] viene citato da Vitruvio per l’imitazione dell’indaco:

Item propter inopiam coloris indici cretam selinusiam aut anularium vitro, quod Graeci isatis appellant, inficientes imitationem faciunt indici coloris.

Selinusia e anularia sono bianchi, tingendoli con il guado si imita l’indaco. Mentre la selinusia [argilla di Selinunte] deve essere considerata una creta calcarea, l’anularia è una creta silicea, preparata con gemme di vetro che è costituito da da una miscela di silicati. Il guado, pianta erbacea delle crocifere comune in tutta Europa, costituisce fin dalla preistoria la più importante fonte di materia colorante azzurra e viene intensamente coltivata dal Medio Evo fino al XVII secolo. Le sue foglie contengono indacano, sostanza colorante comune all’Indigofera.

Giallo stil de grain

Posted in Colori dalle piante, Giallo stil de grain by Mina Sottile on ottobre 11, 2010

Definito anche Giallo di spincervino. Colore di origine vegetale, ottenuto dal frutto acerbo [bacca, detta anche grain d'Avignon] della R. cathartica [spincervino, fam. Ramnaceae], contenente rhamnetina, sostanza con principio colorante giallo verdastra.

Il colore era già noto agli Antichi [*] e a partire dal Medioevo venne largamente utilizzato nella tintura dei tessili. Il suo impiego artistico si limita all’arte della miniatura e, sporadicamente, nelle tecniche di pittura a tempera e a olio per le velature.

[*] La questione merita approfondimento e verifica. Ne I colori degli antichi, L. Colombo riporta una sinossi dei pigmenti, coloranti e lacche del mondo greco-romano, in cui del giallo da R. cathartica [o da altre Ramnacee] non vi è assolutamente traccia. Certamente era praticata l’estrazione di sostanze coloranti da organismi vegetali, data la presenza di rubia [sandyx, robbia o rosso garanza, estratto da radice di Rubia tinctorium] e indica cinnabaris [sangue di drago, estratto da frutti e foglie di Calamus draco] per i rossi;  viola arida [estratto di viola essiccata, da Matthiola Incana C. chairi] e herba lutea, lutum [estratto di erba guada, da Reseda luteola] per i gialli; indicum purpurissum [indaco, da Indigofera tinctoria] e vitrum o glastum [indaco europeo o guado, da Isatis tinctoria] per i blu.

_ NATURALIS HISTORIA, Plinio il Vecchio [NH, XXXV, cap. XII] nc

_ I COLORI E LE ARTI DEI ROMANI, Eraclio [I, II, III] nc

Altre denominazioni: Lacca gialla di Ramno • Buckthorne Berries Lake • Dutch Pink • Yellow Berries • Grani d’Avignone • Persina Berries.

Lacche definizione

Utilizzato nella tintura dei tessili (in corso)

Rhamnus catharticus L.

Posted in Colori dalle piante, Giallo stil de grain by Mina Sottile on ottobre 6, 2010

Spinus Cervinius, Prugnameroli, Prunus meroli, Spincervino, Spingerbino [nome scientifico: Rhamnus catharticus, fam.Ramnacee, gen. Rhamnus, sp. catharticus**] sono tutte denominazioni della pianta con frutti drupacei di colore nero quando maturi, noti anche come grani d’Avignone [da cui il termine stil de grain, a indicare la lacca gialla derivata da grain d'Avignon] , contenenti materia colorante di colore giallo-verdastro. A seconda della maturazione della bacca, la sostanza colorante estratta assume colorazione e tonalità diverse, dal giallo [bacca acerba, cioè verde] al verde [bacca matura, cioè nera].

Le bacche acerbe si raccolgono in primavera; le bacche mature tra agosto e settembre. Il Libro dei colori riporta che bacche molto mature danno un verde piuttosto pallido; viceversa, servono bacche meno mature per ottenere un verde più scuro

Ahve grani de spingerbino che non siano troppo maturi e pistali e cavane lo sugo e poi fa similmente como è sopra dicto in l’altra recetta de verde chiaro

 

Nel De Arte Illuminandi i grani d’Avignone sono indicati come pruni meroli [v. Rubr. X, De viridi colore]

Alie autem species viridis coloris artificialiter extrauntur a rebus naturalibus compositis, in quibus ipsa natura operata est, et in eis es potentialiter, et nondum ad actum productus […]; et etiam apparet in prunis merolis de quibus superius feci mentionem, que ita vocantur juxta vulgare romanum, in cujus territorio habundant (Altre qualità di verde si estraggono artificialmente dai corpi naturali composti, nei quali agisce la natura stessa e in cui il colore trovasi virtualmente, ma non ancora in atto […] e così scorgesi anche nei prugnameroli di cui ho fatto menzione più sopra, chiamati così nella parlata di Roma, nel cui territorio abbondano).

o anche prugnameroli [v. proemio]

Viridis color artificialis fit ex here [ex aere] et ex prunis que vulgariter nuncupantur prugnameroli et reperiuntur tempore vindemiarum juxta sepes vinearum; et aliter etiam fit ex floribus liliorum azurinorum (Il verde artificiale si fa col rame e con i pruni, detti volgarmente grani gialli che si trovano in tempo di vendemmia lungo le siepi delle vigne; e si fa anche altrimenti con i fiori di gigli azzurrini

Nel Libro dei colori (ed. Guerrini-Ricci) vengono chiamati granelli de spino gerbino [p. 88], grani de spingerbino [p. 90], e si parla anche di semina spini cervinij [p. 95] per fare colori verdi e gialli.

f.1 R. catharticus, f.2 R.pumila, f.3 R. alpina: i grani sono maturi, dal colore nero intenso

** In natura si trovano diverse specie di Ramnacee. Spincervino è il nome comune per il solo Rhamnus catharticus, particolarmente adatto alla produzione del cosiddetto verde vescia [o verde vescica, dalla conservazione in vesciche di maiale]; la bacca acerba del ranno spinello [nome scientifico Rhamnus saxatilis], è la migliore per la produzione di lacca gialla.

Va capito se Spinus Cervinius, Spincervino, Spingerbino, in riferimento alla pianta, e Prugnameroli, Prunus meroli, grain d’Avignon, in riferimento ai suoi frutti, sono termini che si usano per indicare rispettivamente cespugli e bacche di una precisa specie (Spinus Cervinius etc. per R. catharticus; Prugnameroli etc. per R. saxatilis), oppure per indicare più genericamente cespugli e bacche della famiglia delle Ramnacee?

Da dizionario [1913, Webster]:

avignon berry : (Bot.) The fruit of the Rhamnus infectorius [R. saxatilis], and of other species of the same genus; so called from the city of Avignon, in France. It is used by dyers and painters for coloring yellow. Called also ‘French berry’

Quindi ‘avignon berry’ indica le bacche di R. saxatilis, ma anche più genericamente tutte le bacche di Ramnacee.

Brunello in nota al De Arte Illuminandi precisa: «prugnameroli: Salazaro D., Arte della miniatura nel sec. XIV, 1877, e Zucchi M., traduzione del De Arte Illuminandi, hanno tradotto con more prugnole. Lecoy de La Marche, L’Art d’enluminer, 1890, suppone che possa trattarsi di una varietà di grani d’Avignone. Dello stesso parere si è mostrato Thompson (Thompson e Hamilton).Ritengo giusta questa interpretazione e pertanto si dovrebbe tradurre prugnameroli con grani gialli, termine usato per indicare le drupe di varie specie di Rhamnus [R. frangula, R. catharticus, R. infectorius, ecc.], col cui succo venne preparato il cosiddetto verde vescica o verde vegetale.».

Oltre a R. catharticus e R. saxatilis contiamo R. alaternus, R. alpinus, R. frangula, R. glaucophyllus Sommier, R. lojaconoi Raimondo, R. oleoides L., R. persicifolius, R. pomilus Turra .

SPINCERVINO _ scheda descrittiva

  • documentazione fotografica
  • forma biologica fanerofite cespugliosa – pianta legnosa con portamento cespuglioso; fanerofite arborea – pianta legnosa con portamento arboreo
  • descrizione alberello deciduo che misura 1-6 mt, fusto con corteccia bruno-rossastra e rami vecchi che finiscono con una spina, da cui il nome spin cervino; foglie opposte, dentellate finemente, con forma ellittica o arrotondata; fiori molto piccoli e profumati, raccolti in infiorescenze ad ombrella con calice giallo-verdastro; frutto drupa nera
  • antesi aprile – giugno
  • distribuzione in Italia comune in tutto il territorio esclusa la Sardegna
  • habitat boschi termofili dal piano a 800 – 1.400 mt
  • etimologia Rhamnus catharticus dal greco rabdos, ‘bastoncino, arboscello’ in riferimento alla flessibilità dei rami; catartico per il suo potere purgante
  • curiosità il legno ha odore sgradevole, caratteristica comune a tutte le Ramnacee
  • riconoscimento osservazione del numero dei nervi della lamina fogliare e rapporto larghezza/lunghezza della lamina; lunghezza della lamina fogliare: > 3 cm fino a 7 – 9 cm R. catharticus; < 3 cm fino a 1 cm R. saxatilis

SPINCERVINO _ estrazione

A fare verde bono cum spingerbino

A fare giallo belitissimo più che oropimento o giallolino de Lamagna

SPINCERVINO _ utilizzo nella miniatura

  • puro è utilizzato per ombreggiare la malachite, ma nessun altro colore [per ombreggiare tutti i colori, ad eccezione della malachite, si utilizza succo di legno brasile]
  • unito alla malachite, le conferisce differenti tonalità di verde
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.