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Il guado di Leonardo

Posted in Colori dalle piante, Indaco da guado by Mina Sottile on agosto 19, 2011

Nel Codice Atlantico Leonardo riporta la ricetta «per fare indaco» e ottenere diverse gradazioni di tinta [fol. 214 recto e., Codice Atlantico, Biblioteca Ambrosiana, Milano; copia anastatica Giunti Firenze, 1973 – 80]

Per fare indaco. Togli fiori di guado e amido per ugual parte e impasta insieme con orina e aceto e fanne un migliaccio e seccalo al sole e se pendessi in bianco rimetti più fiori di guado rimpastando in modo sia iscuro a tuo modo di colore

Così Leonardo regola la preparazione della sostanza colorante, senza troppo perdersi nei dettagli: chiama genericamente indaco quello che in realtà corrisponde all’indaco da guado, notoriamente distinto dall’indaco indiano, o di Bagdad, o Bagad, detto comunemente bagadellusbaccadeusbagadeo e ricavato da Indigofera tinctoria. Così precisavano già Alcherius: «Indicum finum qui cognomine bagadellus vocatur» e Cennini, che lo chiama indaco baccadeo (cap. LXI), altrove storpiandolo in maccabeo (cap. XIX). E molto prima ancora, in età classica, il vero e autentico indaco proveniva dall’Oriente: Plinio (Nat. Hist., XXXV, 6), scrive «ex India venit», lasciando indubbio che, per i latini, indicum era l‘indaco indiano, mentre vitrum era il blu del guado (v. Vitruvio, VII: «vitro quod graeci isatis appellant»). L’approssimazione ha inizio nel Medio Evo, quando non sempre si trova precisa distinzione tra i due tipi di turchini.

La ricetta del Codice richiama un’altra ricetta contenuta ne Il libro dei colori (O. Guerrini – C. Ricci, Il libro dei colori. Segreti del XV secolo, Bologna, 1969, p. 83):

A far indicho alio modo. Ahvve fiore de guato e amido ben canido, e impasta insiemi cum orina preparata e stillata per filtro e cum aceto bianco e forte, tanto de l’uno quanto de l’altro, e fanne uno migliacio e secalo al sole; e se venisse che non fusse ben colorito, metivi più fiore e tanto vi ni mecti che habia bono e vivo collore, ed è facto.

Il testo elenca diversi procedimenti per fare indaco, sempre – ma anche qui non specificato – da guado [Ad fatiendum endicum, Ad fatiendum indicum, A fare indico, A fare indico per altra via, Ad fatiendum endicum et confitionem eius, A fare indico, A fare indicho alio modo, A fare indico per altra forma, pp. 78 – 84]. Per esempio, si prescrive: «A fare indico. Tolli gesso curato, macinato subtili e mistalo cum fiore de guato e tanto lo vieni macinando che sia como pasta intrisa brodosa, per modo che habia bono collore. Poi tolli alumi de rocho e distempralo in l’acqua calda, poi reintridi de novo lo dicto gesso e fiore cum la dicta aqua alumata per modo che sia como una farinata liquida e lassalo cuscì stare per infino che se cominzia a stregnare. Poi lo stende e lassalo sciucare. Poi de novo lo intridi cum la dicta aqua alumata e fior de guato e de novo lo stendi in una tavola de noce, o asse ben polita, e lassalo quasi secare. Poi ne fa li pezi a tuo piacere e lassalo fornir de secare e serà bono indico».

La sezione del codice vinciano dedicata alla botanica applicata raccoglie ricette eterogenee, ordinate in: ricette medicinali — preparazione di sostanze coloranti — carte e corniole artificiali — legnami diversi e i loro usi — estrazione dei profumi — odori nauseabondi e difensivi — confezione e depurazione degli olii — la pania. Di volta in volta, di ricetta in ricetta, può farsi la domanda se questa sia stata suggerita da qualche medico amico, o copiata da qualche antico ricettario, o piuttosto messa insieme da Leonardo, per via di sperimentazione.

Nel caso della produzione di indaco, la familiarità con il manoscritto bolognese è inconfutabile, ma non attestata. Viceversa, è per esempio accertata la conoscenza/ consultazione della Historia Naturalis di Plinio, che Leonardo menziona nel ms. Trivulzio e. 2 recto, ms. G. e. 48 verso.

Prima dell’introduzione massiccia dell’indaco orientale [il prodotto arrivava in Europa attraverso le navi dall’Oriente, sotto forma di cubetti pressati o anche in pasta, spediti ai porti specialmente italiani, e in modo particolare al porto di Venezia, v. F. Brunello, L’arte della tintura nella storia dell’Umanità], il guado [Isatis tinctoria L.] è pianta intensamente coltivata, lavorata e commerciata anche in Italia, per tingere, dipingere e miniare (per i nomi, la coltura e il commercio del guado vedi per esempio Targioni – Tozzetti Antonio, Cenni storici sulla introduzione di varie piante nell’Agricoltura ed Orticoltura Toscana, nuova ristampa per cura di E. Baroni, Firenze, 1896; F. Borlandi, Note per la storia della produzione e del commercio di una materia prima: il guado, nel Medio Evo, in ” Studi in onore di G. Luzzato”, Milano, 1949): in Toscana, al fiorire dell’arte della lana, si registrano raccolte annuali di circa 45.000 libbre; nel Montefeltro il guado diventa l’oro blu, risorsa economica primaria da Urbino a Piobbico, da Sant’Angelo in Vado a Borgopace, da Urbania a Mercatello sul Metauro, come attestano i documenti d’archivio che descrivono con dovizia di particolari modalità di coltivazione, unità di misura, regole per la conduzione dei maceri o la macinatura delle foglie.

Dunque, ai tempi di Leonardo, il guado è materia diffusa, largamente trattata, e preziosa. Leonardo prescrive «Togli fiori di guado». Perché “fiori” e non “fiore”, com’è invece riportato nel manoscritto di Bologna? Che cosa si intende nominare con questa parola, in questo contesto?

È ed era noto che “il fiore” della pianta non contiene nessun principio colorante [v. indacano, indigotina], concentrato invece nella parte delle foglie. Qui “fiore” si riferisce piuttosto alla materia che si forma in superficie per ossigenazione, durante il bagno di tintura (schiuma), o per fermentazione (pellicola), che il francese definisce comunemente “fleurée de pastel”.

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